Tiber Spano

Andare oltre ogni forma, che per sua stessa definizione limita e imprigiona la conoscenza cucendo etichette e forme stereotipate. Oltre la meditazione, oltre lo yoga, oltre ogni religione, oltre la scienza, oltre ogni rifugio eletto a baluardo di una conoscenza limitata. 
La conoscenza di sé, la consapevolezza del più grande enigma della vita non può essere limitata da schemi e modelli. Il coraggio della pratica e della conoscenza spesso si scontra con il dolore della consapevolezza.
Un percorso che segue le orme di coloro che hanno tracciato lo stesso sentiero.

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Andare oltre ogni forma, che per sua stessa definizione limita e imprigiona la conoscenza cucendo etichette e forme stereotipate. Oltre la meditazione, oltre lo yoga, oltre ogni religione, oltre la scienza, oltre ogni rifugio eletto a baluardo di una conoscenza limitata. 
La conoscenza di sé, la consapevolezza del più grande enigma della vita non può essere limitata da schemi e modelli. Il coraggio della pratica e della conoscenza spesso si scontra con il dolore della consapevolezza.
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Frammenti

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Nomadismo ormonale

Ci sono posti dove la morte non esiste!
È lì che molti amano rifugiarsi, cornuti e contenti! Purtroppo quella copertura non dura a lungo e bisogna spostarsi spesso, ma è un viaggio che dura comunque sempre più di un orgasmo.
E tanto basta per sopravvivere all'incubo.
Nomadismo ormonale per non perdere l'eccitazione.
In nome del diritto a restare vivi.

Aprile 2026

Verità

Costruire verità per nascondere la verità a sé stessi, è uccidere l'anima con premeditazione per soddisfare gli orgasmi della mente, è mieloma della consapevolezza.
"Stupido è chi lo stupido fa." ( Forrest Gump )

Aprile 2026

Anamosteosi del Lavoro

E difficile far passare il giusto significato di lavoro, difficile soprattutto in maniera stabile e non occasionale. Pur essendo il lavoro su di se un concetto interessante e condivisibile, il bisogno umano di dare un senso alla vita e l arte di sopravvivere al dolore della consapevolezza, ne sfumano l interpretazione a favore di letture accomodanti che, di fatto, snaturano il percorso originale.
L incontrovertibile impermanenza della vita e le tragedie del quotidiano sollecitano il ricordo della nostra precarietà, stimolando l utilizzo di anestetici per sedare il dolore della coscienza. Tra questi finisce anche il lavoro che, essendo un prodotto sofisticato (a differenza della materia più soggetta al rapido degrado), viene facilmente alterato e adattato a questo bisogno di soppressione, proprio come qualunque altra forma di alchimismo ascetico, nichilismo pragmatico o di fede.
Mi sono avvicinato alla conoscenza del lavoro in maniera quasi ludica cercando da subito di smantellare tutto ciò che lo trasformava in un sofisticato anestetico. Ho ancora nitido il ricordo delle prime sperimentazioni nel paradigma della vita integrale, indispensabili per non morire all astrattismo della meditazione. Credevo fermamente che la condivisione di un così nobile intento sarebbe bastata ad unire le forze con coloro che, come me, intuivano l immenso valore della conoscenza.
Ero certo (ma mi sbagliavo) che quella intuizione, suffragata da poche assolute certezze, sarebbe bastata per aggregare un gruppo di lavoro tra coloro che nutrivano lo stesso intento. Non avevo fatto i conti con la forza bruta dell incedere della natura e dei bisogni umani, che rafforzata dall autoconservazione dell ego avrebbe distratto dall intento originale, utilizzando perfino gli stessi strumenti per rinnegare la consapevolezza.
Era l'epoca dell entusiasmo.
Un primo gruppo iniziò a diventare comunità, tentando di portare lo yoga e la conoscenza nella pratica del quotidiano. Ma quella che nasceva era, nei fatti, una nuova forma di relazione che sostituiva le precedenti in maniera più appagante. L intento comune, però, fungeva spesso solo da semplice innesco per alimentare piani paralleli e mondani. Era il tempo della convivialità, dei viaggi e delle cene, in cui si parlava incessantemente di ricerca, praticandola però sempre meno. In questo divenire emersero le prime resistenze dettate dalle diverse personalità.
Si tendeva a forzare la coabitazione in nome del lavoro, ignorando le dinamiche della reciprocità. C era chi stava bene insieme, chi simulava un armonia inesistente e chi manifestava una palese insofferenza. In quella fase fui io stesso a incentivare l attenzione verso le affinità, cercando però di non escludere nessuno. Ma questo approccio invece di chiarire il senso del lavoro, finì per suscitare proprio l interesse di coloro che faticavano a relazionarsi convinti che il lavoro fosse un porto franco per tutti.
Ebbe così inizio la recita dell ipocrisia. Si cercava il contatto in nome di un ideale già allora svuotato e trasformato in una forma di intrattenimento superiore in una recita esasperata dall avvento di una Casa laboratorio che sembrava imporre la condivisione forzata del tempo. Ma nessuno si chiedeva più di quale lavoro si stesse realmente parlando.
Non nego che qualche frammento di autentica conoscenza riuscisse a passare, ma ogni intuizione veniva sommersa da un attivismo utile solo a colmare il vuoto dell esistenza.
Introdussi allora il concetto di reciprocità per arginare le speculazioni da comune spirituale, escludendo chi non trovava una reale corrispondenza. L effetto collaterale fu una scissione tra praticanti di serie A e serie B, scatenando ribellioni contro un presunto capitalismo spirituale mentre ancora nessuno si interrogava sulla natura profonda dell unione, della reciprocità e del lavoro.
Fui costretto a gridare che il laboratorio non era una casa vacanze. Anche il termine contatto divenne terreno di equivoci. Tentai di nobilitarlo per restituirlo al suo valore divino, ma scatenai invidie e una corsa compulsiva verso il suo raggiungimento. Parlavo di amore ma veniva tradotto con amante, spiegavo il concetto di reciprocità ma veniva tradotto con feeling.
La distanza tra la teoria e la realizzazione si faceva aspra, lasciando il lavoro confinato nel dominio della filosofia e nella sola condivisione dell intento.

Venne poi il tempo della morte, dello strappo della materia che inchiodava se stessa fino a tradire l intento. Proliferavano sfumature di un lavoro che, declinato in maniera accomodante, perdeva il suo valore puro per ridursi a un altro anestetico. Il gruppo iniziò a disgregarsi tra la soddisfazione dei detrattori, che liquidarono l utopia del contatto con giustificazioni personali.
In quel caos, amore e amante divennero sinonimi. Dovetti ribadire con durezza che da una relazione non può scaturire un contatto, mentre un contatto può contenere in se qualunque relazione. Una provocazione rimasta incompresa: il pensiero di tutti correva al sesso, alle coppie, alle relazioni, alle strutture sociali, dimenticando le fondamenta del percorso.
Sottoposto a queste tensioni, il lavoro fu costretto a traslocare in una dimensione che chi si sentiva escluso non poteva riconoscere. Fu un errore di prospettiva dettato dalla paura, che fece cadere verso il basso una forza che, se usata senza averne timore, avrebbe prodotto un salto d ottava verso un nuovo piano di coscienza. Vinsero invece rabbia e confusione abdicando agli schemi di morte.
Oggi mi rendo conto che il lavoro non è mai stato davvero preso in considerazione. Fermi all intento, o meglio alle dichiarazioni di intento, si è preferito cercare il senso della vita senza staccarsi da ciò che garantiva tranquillità esistenziale. Un adesione di facciata, un credo ma non troppo, trascurando l unica certezza, la morte che fa da controaltare alla nascita.
Le spinte all autoconservazione inducono a tradire l essenza con adattamenti di comodo. Il lavoro si frammenta in modi personalizzati, espedienti metafisici dove fedi, alchimie, sciamani e imbonitori di ogni pezza diventano rifugi dove tenere più piedi in una scarpa.
Una gara di eccentricismi funzionali dove ognuno ridicolizza i valori altrui senza possederne di propri. Il problema non sono le etichette, ma l intento originale venduto ai bisogni. Vincono le sbavature: gli utili mascherati da spiritualità, il feeling di mantenimento, il voyeurismo spirituale.
Perché se due persone vogliono davvero condividere un intento elevato, fossero anche marito e moglie, o individui privi di simpatia epidermica, non riescono a farlo? Forse non è ciò gli interessa davvero? Perché non riescono a parlarsi in quella direzione comune per imparare invece che per insegnare? Perché si ricorre ancora alla reciprocità per truccare un utile, come si faceva un tempo con le gite e le cene?
Basta! Che male c è nell'incontrarsi solo per lo spazio di un caffè, per scambiare conoscenza e non per confermare ruoli e identità?
Amo parlare con chi mette in pratica l intenzione nei fatti, con chi non diventa morboso confondendo il significato di contatto e con chi elegge la ricerca, e le difficoltà della consapevolezza, a priorità assoluta.
Eppure, prendere cazzi per palazzi è un attimo. Ci si preoccupa dell amicizia da consolidare, della relazione da sostenere, della logica sociale più che del lavoro da compiere, dividendo il sacro dal profano: da una parte il quotidiano, la famiglia, la relazione, i ruoli, il denaro; dall'altra il percorso e il maestro, badando bene a non togliere troppo a nessuno dei due, in un processo alternante di disconoscenza endemica.

Ma allora, cos è davvero il lavoro? Non è parlarne, non è disquisire, ne tantomeno forzare una reciprocità in nome dell opera. Il lavoro non è una simulazione di reciprocità, si manifesta solo quando i soggetti operano con il medesimo rigore e verso lo stesso intento, scavando dentro se stessi. Se ardesse davvero l interesse verso la conoscenza, che importanza avrebbero le differenze di genere, l età, i gusti o le relazioni?
L'altro giorno ho incontrato C.: un momento di condivisione pura, utile, essenziale. E stato interessante potersi riflettere l uno nell altra e la incontrerei ancora volentieri, qualora permangano le condizioni di reciproco interesse, e senza per questo che le nostre vite debbano mutare o collidere. Questa dimensione di incontro però non si realizza con tutti perché decade l interesse quando, dopo numerosi tentativi, si acclara che le dichiarazioni di intenti non vengono contestualizzate nel quotidiano e rimangono pertanto vuote dissertazioni filosofiche prive di esperienza.
Per questo oggi diffido di quella reciprocità che un tempo invocavo e che è stata fraintesa. Doveva essere un innesco per l ascesa, non un collante per relazioni mondane; un varco verso il sacro, non l ennesimo scambio di anestetico sociale usato a scapito della conoscenza.
Quando una relazione si limita a strumentalizzare diritti e doveri, non potrà mai elevarsi a contatto: resta un baratto di rassicurazioni che illude di camminare, mentre sta solo soddisfacendo il bisogno di non essere soli e di dare un promiscuo senso alla vita indagando con diritto nella vita dell altro per non indagare nella propria.
È un sentiero stretto. Molti elogiano la vetta ma, nei fatti, lottano per difendere i privilegi dell impermanenza. Sono compagni di un cammino impossibile, che richiederebbe di riscrivere il vocabolario dell anima eliminando le categorie che Sciascia definiva degli ominicchi, dei pigliainculo e dei quaquaraquà: coloro che si lamentano delle proprie catene senza volerle spezzare ma piuttosto lucidandone i lucchetti.
Come scriveva Steiner, parole come amore, contatto e consapevolezza negano la propria sostanza se non evolvono insieme all essere. Senza una trasformazione reale del contenuto, restiamo nel doppiopesismo tra materia e spirito.
Nel vuoto di valori comuni, vince il caos del a modo mio, dove ciascuno conserva l etichetta, che sa essere sbagliata, per non affrontare il dolore della consapevolezza e non guardare in faccia il trauma del risveglio.
Fate vobis… (licenza poetica), sed non mecum.
Penso spesso alla resa dei conti finale, a quell Iside svelata che mi attende. Voglio procedere nell intento della conoscenza senza fedi di comodo, senza pragmatismi alchemici, senza barattare la ricerca con il libertinaggio esistenziale travestito da libertà, senza relazioni che abdicano alle relazioni.

Cerco la condivisione del respiro della consapevolezza, che non ha bisogno di etichette, vincoli di relazioni, di amore, di sesso, ma di pura presenza.
Abbiamo tutti gli stessi abissi; cambia solo la frenesia con cui cerchiamo di riempire quelli degli altri per non dover guardare dintro i nostri. E la quintessenza delle relazioni ordinarie che rispondono all intorpidimento dei sensi diventando scambio di anestetici invece di unione nella ricerca.
In questo scenario di macerie spirituali e recite di facciata, scelgo di proseguire il mio scavo, anche da solo se necessario. So che il rigore della mia direzione potrà apparire aspro, persino arrogante e pretestuoso a chi confonde la ricerca con l intrattenimento, a chi continua a guardare il dito invece della luna che indica.
Accetto il rischio di non essere compreso, o peggio, di essere tradotto secondo i codici di quel sentire epidermico che ho sempre combattuto. Il lavoro, se è tale, non cerca il consenso della folla né la rassicurazione del gruppo. Proseguo dunque su questa traccia sottile, nell'apparente solitudine di chi ha smesso di cercare complici per chiudere, finalmente, il cerchio di questo passaggio. Anche se questo significa restare l unico a parlare una lingua che tutti dicono di conoscere, ma che quasi nessuno ha il coraggio di praticare per non soccombere alla verità.
Ma non è il silenzio il mio Maestro.

Aprile 2026

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